L’adozione degli Italian Accounting Standards e, in particolare, dell’ITAS 4 non cambia soltanto il modo di contabilizzare il patrimonio storico, artistico e culturale, ma quello attraverso cui la politica progetta, comunica e rendiconta le scelte sui beni culturali come leve per la creazione di valore pubblico. Finché un bene heritage resta iscritto a valore simbolico, la sua valorizzazione nel tempo si esaurisce nell’importo dei lavori sostenuti. Con l’accrual il bene entra nello stato patrimoniale come risorsa portatrice di potenziale di servizio, capace di generare benefici diretti (biglietti, concessioni, sponsorizzazioni) e indiretti (Pil locale, presenze alberghiere, ristorazione), pertanto, il suo valore contabile va determinato attualizzando i flussi netti legati alla fruibilità.
Il passaggio dal valore simbolico al valore d’uso non è un mero aggiornamento contabile, ma un cambiamento di politica contabile ex-ITAS 2, con applicazione retroattiva ai saldi di apertura e obbligo di informativa in nota integrativa. La differenza tra valore già iscritto e nuovo valore attualizzato non è una rettifica tecnica, ma la prima rappresentazione contabile del valore pubblico fino a quel momento prodotto e mai misurato. Un bene con flussi diretti e indiretti significativi evidenzierà un incremento netto rilevante, invece, un bene inaccessibile o privo di attrattività mostrerà uno scarto modesto o negativo. L’ITAS 2 trasforma così la prima valutazione accrual in un atto di accountability secondo cui non si adempie a un obbligo tecnico, ma si dichiara con i numeri del bilancio quale valore il patrimonio gestito abbia creato o distrutto. Revisori e software contabili dovranno presidiare la corretta qualificazione della fattispecie (cambiamento di politica contabile, non correzione di errore né cambiamento di stima) e la tracciabilità delle assunzioni del modello.
Il programma elettorale è il primo banco di prova. Promettere «restaureremo il museo» non basta più. La logica del valore pubblico chiede di specificare problema, situazione di partenza, intervento, costi e coperture, tempi, incremento atteso di fruibilità, ricadute economiche e modalità di misurazione. La promessa diventa così ipotesi verificabile, esposta al controllo dei cittadini. Resta però un dovere di correttezza spesso disatteso, non si può presentare come impatto sull’ente l’intero gettito tributario generato dal bene nel sistema economico locale. Vanno distinti il valore creato per imprese e famiglie, il gettito complessivo, le entrate spettanti all’ente e il valore contabile del bene: grandezze non intercambiabili.
Nel programma di mandato la proposta diventa obiettivo strategico, indicatori e controlli, riflessi nel DUP, nel PIAO e nel bilancio, perché il raccordo tra ciclo della performance e ciclo di bilancio sia documentale e verificabile. La relazione di fine mandato esporrà valore iniziale e finale del bene, interventi e costi, variazione della riserva indisponibile, benefici previsti e realizzati, oneri lasciati ai successori, distinguendo output, outcome e impatto.
Il modello fondato sui flussi indiretti presenta però un limite che nessun documento della Struttura di governance ha ancora affrontato. Il criterio è lineare quando il Comune detiene un solo bene heritage significativo, cui i flussi del territorio (pernottamenti, ristorazione, acquisti) sono ragionevolmente collegabili. Si complica dove insistono più beni di rilievo turistico. A Roma, ad esempio, il Colosseo, i Musei Vaticani, la Fontana di Trevi e decine di altri siti generano congiuntamente l’indotto. In quale misura ciascuno contribuisce a pernottamenti, ristorazione, trasporti, eccetera? Senza criteri di attribuzione analitica le stime aggregate rischiano di duplicare il medesimo flusso nel valore d’uso di più beni, con sopravvalutazione sistematica dell’attivo.
Il problema ha una dimensione ulteriore. Anche con un criterio di riparto, siamo certi che quei flussi nascano esclusivamente dalla visita ai beni heritage? Spesso no. A Roma si pernotta e si mangia anche per lavoro, convegni, cure mediche, eventi sportivi o concerti (flussi che coesistono nello stesso territorio ma non gli sono causalmente imputabili). Attribuire all’heritage asset l’intero indotto o la quota maggioritaria, senza distinguere le motivazioni della visita, è un errore di identificazione causale che invalida la stima del valore d’uso. Isolarne il contributo dagli altri attrattori richiede metodologie econometriche che i modelli proposti non incorporano.
Questi limiti non inficiano l’impostazione generale, ma ne misurano la complessità applicativa coerentemente con la funzione informativa che si è voluto attribuire all’accrual, purché presentato in nota integrativa con evidenza delle assunzioni, dei limiti di attribuzione e del grado di incertezza.
La riforma accrual porta così al centro del bilancio una responsabilità rimasta sullo sfondo: non basta spendere per il patrimonio culturale, occorre dimostrare quanto la spesa abbia conservato o accresciuto il potenziale di servizio del bene. Il valore degli heritage assets smette di essere una posta dello stato patrimoniale e diventa la misura contabile, per quanto imperfetta, del valore pubblico creato o distrutto dalla politica. Una misura sbagliata non è solo un errore tecnico, ma anche una rappresentazione distorta dell’azione di governo.


