La riforma della contabilità economico-patrimoniale a base Accrual, resa pienamente operativa dal decreto Mef 6 agosto 2025 nell’ambito del percorso avviato con il Dlgs 118/2011, non rappresenta un semplice aggiornamento tecnico ma un mutamento profondo del modo in cui l’ente locale osserva e misura se stesso. Il passaggio dalla logica autorizzatoria, centrata su impegno, liquidazione e pagamento, a quella patrimoniale, fondata sull’insorgenza di diritti e obbligazioni e sulla variazione del patrimonio, implica che il momento decisivo non sia più soltanto quello finanziario ma quello in cui si genera un effetto economico suscettibile di incidere sul potenziale di servizio dell’amministrazione. In questa prospettiva il processo amministrativo diventa il luogo in cui nasce la decisione contabile: non è la scrittura a creare il fatto, ma è il fatto, correttamente individuato e documentato nel procedimento, a legittimare la scrittura.
La mappatura dei processi amministrativo-contabili, richiesta dal decreto, deve riportare analiticamente il raccordo tra fasi, azioni e rilevanza Accrual, chiarendo che ogni evento contabilmente rilevante deve essere collocato in un preciso punctum temporis del procedimento, con indicazione degli attori coinvolti, delle informazioni in ingresso e in uscita e delle responsabilità. È proprio qui che si coglie l’impatto organizzativo della riforma: capitalizzare un’opera pubblica non coincide più con l’impegno di spesa ma con la disponibilità all’uso del bene; rilevare un provento tributario non equivale all’incasso ma al perfezionamento del diritto e alla sua attendibile misurazione; iscrivere un fondo rischi non è un’opzione prudenziale generica o matematica come per il fondo crediti di dubbia esigibilità, ma l’esito di una valutazione strutturata sulla probabilità di soccombenza/recuperabilità e sulla stima dell’onere.
Il bilancio economico-patrimoniale diventa così il risultato di una catena decisionale che attraversa uffici tecnici, servizi finanziari, area legale, settori gestionali, imponendo un coordinamento che nel modello tradizionale poteva rimanere implicito.
Tuttavia è proprio su questo terreno che emergono con forza le difficoltà, in particolare per gli enti di medio-piccole e piccole dimensioni. Sebbene per questi ultimi, se inferiori a 5.000 abitanti – che rappresentano la parte più numerosa e strutturalmente fragile del sistema – sia prevista una forma semplificata, l’organizzazione è comunque spesso ridotta all’essenziale, con personale limitato, frequente cumulo di funzioni e un servizio finanziario chiamato a presidiare contemporaneamente bilancio, tributi, personale, eccetera.
In tali contesti la richiesta di analizzare e scomporre i procedimenti, individuare le fasi contabilmente rilevanti, garantire l’autonomia della partita doppia rispetto alla contabilità finanziaria e formalizzare criteri di valutazione documentati rischia di tradursi in un aggravio significativo, difficilmente sostenibile senza supporto esterno. La riforma presuppone sistemi informativi evoluti, capaci di gestire un piano dei conti multidimensionale e di evitare duplicazioni tra scritture finanziarie ed economico-patrimoniali; ma molti enti minori operano ancora con software poco integrati, talvolta aggiornati solo per adempiere agli obblighi minimi normativi. Quanto richiamato, inoltre, presuppone competenze tecniche in materia di stime, impairment, ammortamenti, analisi di recuperabilità dei crediti e valutazione dei fondi rischi che non sempre sono presenti in organico e che richiedono formazione continua.
A ciò si aggiunge un elemento culturale: l’Accrual domanda una mentalità orientata alla sostenibilità intertemporale e alla lettura economica della gestione, mentre la pressione quotidiana degli adempimenti – dalla trasparenza al Piao, dall’anticorruzione ai vincoli di finanza pubblica – spinge gli uffici a privilegiare la dimensione formale e immediata.
Il rischio, concreto, è che la partita doppia resti un adempimento parallelo, alimentato automaticamente dalle scritture finanziarie senza un reale ripensamento dei processi, oppure che la mappatura si riduca a una riproduzione documentale di quanto già redatto per altri fini, senza incidere sull’organizzazione.
Nei piccoli enti, dove la distinzione tra area tecnica e area finanziaria è talvolta affidata a poche unità di personale, il raccordo richiesto per la corretta capitalizzazione delle opere o per la verifica dei crediti comporta riunioni, controlli incrociati, verbalizzazioni che sottraggono tempo alla gestione ordinaria. Analogamente, la formalizzazione dei criteri di valutazione dei fondi rischi presuppone un dialogo costante con l’ufficio legale e, dove non presente, con gli altri uffici e/o con consulenti esterni, con inevitabili costi aggiuntivi.
In questo scenario la riforma, pur animata dall’obiettivo condivisibile di rafforzare la veridicità del rendiconto e la trasparenza del patrimonio pubblico, rischia di ampliare il divario tra amministrazioni strutturate e realtà minori. Per queste ultime l’Accrual può diventare una leva di crescita solo se accompagnato da strumenti di supporto operativo, modelli standard realmente adattabili e investimenti in formazione e digitalizzazione; in assenza di tali condizioni, l’innovazione contabile può tradursi in un ulteriore livello di complessità burocratica.
Il bilancio come organizzazione è un traguardo ambizioso, ma richiede coerenza tra obiettivi normativi e capacità amministrativa effettiva: senza un rafforzamento strutturale degli enti di medio-piccola e piccola dimensione, la sostenibilità istituzionale che l’Accrual intende misurare rischia di essere messa alla prova proprio dalla riforma che dovrebbe garantirla.


